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Cenni Storici

“La città dalla pianta esagonale”.
Sorge a circa 25 Km a Sud di Siracusa sulla ridente pianura fra il fiume Asinaro e il fiume Cassibile.
Il Mar Ionio la bagna ad Est, a Nord-Ovest la circondano i monti Iblei che frenano i venti di tramontana e di maestrale, per cui si avvantaggia di un clima mite anche d’inverno.
Arrivando ad Avola, provenendo sia da Noto,sia da Siracusa, si scorge l’azzurro di lembi di mare tra l’intenso verde dei “giardini di limoni” (celebre la varietà tipica di limone denominato “Femminiello”) ed i secolari alberi di ulivo e carrubbo. Nel cuore dell’inverno, suggestivo appare lo spettacolo del mandorlo in fiore che anticipa un respiro di primavera. Leonardo Sciascia descrive il territorio di Avola in “Del mangiare siracusano”, 'La cultura arborea che prevale ad Avola è quella dei mandorli'.  

Le tre api riprodotte sullo stemma del paese indicano la laboriosità degli avolesi.

AvolaIl nome di Avola ha un’origine incerta: probabilmente veniva da ABOLLA o ABOLA, nome di origine araba o da Castrum Hiblae o da Castrum Abola, riscontrato in un documento di Ruggero I. La città, fin dal suo sorgere, ha nella sua storia tracce di tutta le civiltà succedutesi in Sicilia.
Resti delli epoca bizantina sono presenti in alcuni villaggi rupestri presenti e visitabili presso i “laghetti di cava grande del cassibilie”.
Testimonianza del dominio arabo sono le coltivazioni di datteri, di canna da zucchero “detta Cannamela”, di pistacchi, di ulivi , gli impianti di conceria, le seterie, gli acquedotti, per non citare tutte le parole in uso nel linguaggio quotidiano. Dopo gli Arabi seguirono i Normanni e Ruggero fu nominato Conte di Avola. Sotto le successive dominazioni, la Sveva e l’Angioina, Avola fu trasformata in Baronia, mentre sotto la dominazione aragonese fu trasformata in Marchesato fino all’11 Gennaio 1693, quando venne distrutta dal terribile terremoto.
Fu appunto il Marchese di Avola, Nicolò Aragna Pignatelli che, avuta in Spagna, ove risiedeva, la prima notizia del terremoto, incaricò i suoi rappresentanti a Palermo di dare avvio alla ricostruzione. Il progetto fu affidato al Gesuita licatese Fra’ Angelo Italia che, come sito per la costruenda città, scelse il fondo di MUTUBE’ per la salubrità dell’aria, l’abbondanza di corsi d’acqua e la fertilità della terra. Il centro della città ha la forma simmetrica di un esagono regolare, pianta che si ispira ai motivi delle fortezze rinascimentali. Al centro dell’esagono, dove si incrociano due assi viari principali, è la grande piazza suddivisa in quattro quarti. Qui, fino a pochi anni fa, si svolgeva tutta la vita sociale e commerciale della città. Altre quattro piazze sorgono all’inizio e alla fine delle medesime strade. Tutto l’esagono poi è attraversato da vie che, intersecandosi fra di loro, danno la divisione ortogonale degli isolati, perfettamente uguali e simmetrici fra di loro. In ognuna delle piazze sorgono chiese di stile barocco, costruite con pietra calcarea iblea che, sotto il sole, assume il tipico color miele.
L’architetto Italia, a maggior difesa dei cittadini, pensò anche ad aprire nel centro urbano numerosi cortili dall’ingresso stretto, ma ampi e spaziosi all’interno, capaci di accogliere i cittadini in caso di incursioni nemiche. bracciantato agricolo. Nei cortili si usava “spicciari i mennuli” e stenderle al sole.


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